OSPITI CREATIVI - ... CERAMICA RAKU
"Ceramica Raku: tradizione ed innovazione"
da un progetto di
Paolo Lusenti
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Ceramica Raku: tradizione ed innovazione

       La ceramica Raku nasce per mano di Chojiro, ceramista giapponese vissuto durante l'epoca Momoyama (XVI sec.), ed è da sempre legata alla produzione di ciotole per la cerimonia del tè (cha-no-yu). E', infatti, per Sen no Rikyu, maestro dello cha-no-yu, che Chojiro iniziò ad utilizzare la tecnica che poi sarà chiamata "Raku".

        In origine la ceramica fatta da Chojiro era chiamata "ima yaki" (cotta adesso), in seguito prese il nome di "Juraku yaki" (ceramica Juraku, da “Jurakudai”, il nome dell’argilla che si trovava nella zona di Jurakudai, appunto). Il nome "Raku yaki" (ceramica Raku) arrivò quando il governatore Toyotomi Hideyoshi, consegnò il timbro con l'ideogramma Raku a Chojiro.

        Da allora in poi “Raku” è diventato anche il cognome della famiglia di ceramisti discendenti di Chojiro che da quindici generazioni porta avanti la tradizione del Raku in Giappone.

        Nella tradizione Raku ogni oggetto è il risultato di una precisa successione di operazioni in cui nulla è lasciato al caso. Il processo produttivo acquista un carattere quasi "rituale".

        La ciotola è sempre eseguita a mano, senza l'ausilio di particolari strumenti: in questo modo le mani possono esprimersi liberamente trasmettendo direttamente all'argilla la sensibilità dell'artista.

        Ogni pezzo è cotto singolarmente all’interno di particolari forni aerati, e viene estratto non appena lo smalto ha raggiunto la temperatura di fusione.

        La semplicità delle forme e della decorazione (monocromia nera o rossa) tipica delle ciotole di Chojiro è strettamente legata alla filosofia che lo ispirò. La volontaria semplicità di forme e colorazioni svincola infatti l’oggetto da qualsiasi manierismo rendendolo - se vogliamo - espressione del pensiero Zen.

        Con la diffusione del Raku nel mondo occidentale - a seguito della pubblicazione del libro “Potter’s book” (1940) di Bernard Leach - il vincolo con la cerimonia del tè si è perso, e la tecnica ha subito profonde trasformazioni. L'introduzione di varianti personalizzate e la sperimentazione libera e continua, hanno fatto di questa tecnica un'importante mezzo di espressione artistica, anche se per le stesse ragioni il termine “Raku” ha perso a poco a poco contatto con il suo originale significato.

        L'estrazione dal forno dei pezzi ancora roventi è forse il momento più suggestivo e delicato di tutto il processo produttivo: il ceramista interviene con rapidità inserendo gli oggetti in recipienti contenenti paglia, carta, stracci imbevuti d'olio ed altro materiale infiammabile ad alto contenuto di carbonio.

        A contatto con la ceramica incandescente si sprigiona un'immediata combustione che viene subito soffocata richiudendo il recipiente in modo da generare un denso fumo. L’atmosfera riducente così ottenuta interagisce con gli elementi chimici dello smalto, insinuandosi nella porosità del corpo ceramico.

        Il forte shock termico subito dal manufatto all’uscita dal forno, provoca una serie di crepe sulla superficie dello smalto (“craquelures intenzionali”), dovute ad un diverso coefficiente di ritrazione tra ceramica e rivestimento. A prima vista le “craquelures” potrebbero sembrare un difetto di fattura, in realtà questo è uno degli “effetti speciali” più sfruttati e caratteristici del Raku.

        Le molte variabili che concorrono alla riuscita del manufatto sono spesso modificate dal ceramista che può così ottenere risultati sempre nuovi in base all'ispirazione del momento. Tutti gli elementi, terra, fuoco, aria ed acqua sono coinvolti nella nascita di ogni manufatto e la loro interazione con l’artista è un presupposto essenziale per la riuscita del risultato finale.

        © Paolo Lusenti 1999-2003

www.ceramicaraku.com


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